17 dicembre 2013

CINESI SI, CINESI NO … LA TERRA DEI CACHI

Premetto che quanto detto sotto non è frutto di pregiudizio ma piuttosto il tentativo di porre la questione diversamente e, perché no, provocare a fin di bene.

Di Sabina Barca
Chiamali come vuoi, Mega store, Market o grande distribuzione ma resta il fatto che ora è grande e mega tutto quello che apre il cinese.
Tra Montano Lucino, Villa Guardia, Vertemate con Minoprio Appiano Gentile e oltre è tangibile il presidio made in Cina.

Trattano di tutto, dalla cover per il cellulare, all'albero di Natale dal bagno schiuma al guinzaglio fru fru per il cane. Grande anche la ristorazione.
Tanto abbigliamento e molta pelletteria. L'oggettistica si spreca. Nella quantità di offerte noto che i prodotti per casa e igiene personale sono rigorosamente occidentali come i prezzi che li targano.

Anche se, rispetto gli albori, osservo un miglioramento qualitativo dei prodotti asiatici, resta che oggi l'italiano ha ridotto drasticamente le pretese qualitative, pertanto, si accontenta del fatto “così così” senza discutere e con gioia.
Tutto costa meno, che c'è da dire?
Nulla, perché questo è quello che possiamo permetterci oggi!

Aperti 7 giorni su 7, hanno personale esclusivamente formato da giovani cinesi, (che non capiscon la nostra lingua) per cui non ci sono ricadute occupazionali benefiche nel territorio stile Ikea.
Es. Ikea.
Ikea presenta un progetto, apre una autorizzazione edilizia, paga i suoi oneri compresa l'uscita autostradale. Organizza e assimila nel territorio parte dell'indotto del settore arredamento/falegnameria etc e in ultimo lancia la campagna assunzioni... che bello!
Ikea assume.
Possiamo discutere sui contratti utilizzati da Ikea, ma sarebbe inutile visto che questo gira a norma di legge.
Idem per l'americana McDonald's e le francesi Auchan e Carrefour etc. etc.
L'investitore crea occupazione. L'investitore lavora e fa lavorare. Dai e ricevi.
Altrimenti che senso ha attrarre degli investitori?

Per gli asiatici è diverso. Questi hanno un organizzazione chiusa, ostile verso la società che gli accoglie.
Si dice che dalla Cina arrivano molti soldi. Presentano progetti imprenditoriali, pagano gli oneri. Qualche impresa è coinvolta per porre in essere l'attività e infine... noi, abbiamo un solo compito: fare i buoi d'acquisto.
Noi si compra e basta.

E certo, questo possiamo permetterci ora! Tutto a un euro
Tutti sono contenti. L'offerta permette l'acquisto che diversamente non si potrebbe.
Però, posto che comprare tutto/tanto dovrebbe essere rivisto, mi chiedo che razza di vantaggio offre un investitore così chiuso.

Poniamo il lavoro davanti a tutto
La merce è generata da cinesi dentro o fuori dal paese.
Tutto quello che ci circonda è opera della fabbrica del mondo Cina. Dato acquisito!
In Italia questi lavoratori non sono verificati e poco si sa di quanti e dove sono.
La sensazione è che le imprese cinesi siano luoghi simili ad ambasciate/consolati cinese in cui le nostre leggi e le nostre autorità non possono accedere.
Eppure anche in Cina sono in crescita i comitati di lavoratori interessati alla difesa e la tutela dei diritti collettivi dei lavoratori stessi. Per fare ciò evitano i sindacati governativi e affrontano la lotta fuori dal sistema sindacale.
Quindi mentre in oriente si forza l'inversione di rotta, in Italia, si instaura indisturbati il modello che ignora bellamente ogni legge e tutela dei lavoratori.
Ci riescono perché sono liberi di farlo!
Anche questo è un dato acquisito!
Non solo... Senza entrare nel merito di chi dovrebbe vigilare, perché sarebbe un ginepraio infinito e ovvio per i più, evidenzio che nei negozi/fabbriche non sono presenti dipendenti italiani in nessuna percentuale.
Beh, chi ci vuole andare?
Tutti se l'impresa cinese è davvero un investitore!
Tutti se lavorano con le nostre leggi europee.
Alcune domande infestano il pensiero e offrono una visione diversa:
  • l'insieme di meccanismi che regolano l'incontro tra posti di lavoro vacanti e persone in cerca di occupazione è rispettata dalle imprese made in Cina in fase di start-up?
  • Le strategie di reclutamento e gestione del personale delle imprese cinesi è in linea con la rappresentazione di categorie di lavoratori come es: di genere e/o di discriminazione razziale?
  • L'unica etnia presente in queste ditte, è una casualità continua, o una decisione scientemente attuata?
  • Io cliente ho il diritto di comprendere cosa viene annunciato nelle comunicazioni di servizio effettuate nei punti vendita cinesi, presenti nel mio paese?
L'idea degenera.
Ovvio che non è possibile preferire una etnia all'altra, però nel fatto c'è già una palese ammissione di preferenza.
O ammettiamo/ammettono spudoratamente che la scelta asiatica è orientata allo sfruttamento oppure si esige che le aziende orientali, per tempo, attivino i meccanismi di ricerca personale aperta a tutti.
Perché in questa banalità l'italiano e altri, sono esclusi a priori nell'opportunità-possibilità di impiego. Un capitale umano sfacciatamente eliminato dalla produttività semplicemente perché nessuno chiede conto.
Questo è quello che mi aspetto da un investitore a casa mia.
Questo è quello che mi aspetto quando si dice inserimento, evoluzione, democratizzazione del lavoro.
Alcuni mi dicono: “io non lavorerò mai per un cinese. È risaputo che schiavizzano”.
Ma nessuno, deve lavorare per uno schiavista.

L'opportunità di lavoro è identica per tutti e per tutti ci sono regole fondamentali da rispettare.
E allora? Noi che possiamo fare?
E allora portiamo i nostri Curriculum Vitae nelle aziende e nei centri commerciali cinesi.
Offriamo la nostra collaborazione e le nostre competenze. Registriamo la reazione e nel caso di diniego diamone notizia alle autorità con tanto di motivazione e testimone.
Dietro al diniego c'è la conservazione del sistema.
Il lavoro è prioritario. Il lavoro è benessere. Io non sono solo consumatore; e comunque per consumare ho bisogno di lavorare.

Mi dicono: “loro sono fatti cosi” io rispondo: “Beh, sono fatti male!”
Ripenso a quanto la destra si è spesa per la percentuale di studenti stranieri nella classi scolastiche.
Ricordo anche quando la sinistra sviolinava parole di uguaglianza tra lavoratori comunitari e non, per pari diritti.
Rammento la vertenza sindacale che anni fa Bennet S.p.a ha dovuto affrontare. Si diceva che alla base della politica aziendale ci fosse un pregiudizio verso i meridionali, pertanto era vietata l'assunzione di personale originario del sud. Ricordo che Bennet forniva un modulo/questionario da compilare in cui si chiedeva nome cognomi e luoghi di nascita anche dei genitori (visto e compilato). La selezione pare fosse dettata dalla convinzione che i meridionali, essendo più ladri e assenteisti, non erano lavoratori “ideali”. È finita che Bennet S.p.a. Oggi assume “meridionali”.

Ponendo la questione diversamente mi chiedo se lo sfruttamento è l'origine della discriminazione verso gli italiani oppure la questione ha anche risvolti costituzionali.

L'art. 3 della Costituzione recita: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (vedi principio di uguaglianza) perciò, ogni legge successiva deve essere “Costituzionale” cioè in linea con la nostra Costituzione che gerarchicamente è superiore.

Se in Italia le nostre imprese devono rispettare tale legge, è opportuno che facciano lo stesso le imprese estere; diversamente, è legittimo pensare che il lavoratore italiano sia discriminato.

Sorridendo immaginiamo che un italiano in azienda asiatica in Italia, sta a “ben venuto” come una pulce è benvenuta dentro una scrivania di Montecitorio; quindi, uguale a spia.
Impensabile.
Eppure se, nelle aziende cinesi, si accettasse l'assunzione di dipendenti diversi da cinesi, il beneficio non sarebbe solo per i nuovi assunti ma anche una tutela per i lavoratori cinesi stessi in quanto beneficerebbero del rispetto delle regole; altrimenti è lo dicessero che, in questo paese, sono ammesse le riserve cinesi.
Un'impresa cinese con lavoratori di assortita nazionalità è un'impresa che lavora con le nostre regole, diversamente è un consolato/ambasciata straniera, cioè un territorio senza sovranità italiana.

Altro incuriosisce
Nei Market del sol levante si ascoltano abitualmente comunicazioni di servizio in lingua… forse mandarino?! Bah, una bella sgarberia.
Io che sono comica immagino la traduzione: “mandria di spendaccioni alla cassa!”
Il fatto non è dei più gravi ma certo è che il nostro idioma, ormai decaduto anche all'interno del Parlamento Europeo, finisce lentamente per estinguersi anche nelle aziende commerciali presenti nel nostro paese.
Mi spiego: se analoga situazione si proponesse da parte di italiani in Cina piuttosto che in America o perché no, in nord Africa, sarebbe permesso?
Si sappia che il prestigio della nostra lingua non è difeso nelle sedi appropriate (figuriamoci fuori). Purtroppo questa indifferenza alla divulgazione e difesa del proprio idioma, va di pari passo con la reputazione e il pregio di una nazione.
Fate voi!

“I have a dream”
Segue articolo sui parrucchieri cinesi del Centerville di Villa Guardia

P.S.
Le attività cinesi devono attivarsi/allinearsi aprendo le assunzioni come un qualsiasi altro investitore presente in questo paese. Qualcuno dovrà farglielo capire.

la libera assunzione porrebbe le stesse aziende in onesta competizione commerciale. 

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